lunedì 12 gennaio 2009

wallpapers




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la carta da parati, a casa mia, è sempre andata in coppia con la moquette; non sono cresciuta a bath ma nella mente dei miei genitori evidentemente ricoprire pavimenti e pareti di morbide texture dal sapore demoniaco-enigmistico significava raggiungere il top della sciccheria, una dimostrazione di innegabile benessere: bei tempi quando ancora la moquette definiva uno status sociale.
Sarà anche colpa loro, ma a partire dal 1983 i muri nudi e i pavimenti scoperti mi fanno tristezza, uno psicanalista tirocinante potrebbe portarmi in un negozio di paramenti, allontanarsi di qualche passo taccuino munito, e cominciare a prendere appunti tranquillo mentre il mio senso estetico -davanti ad un bel rotolo di carta da parati- oscilla, barcolla e infine si arrende al cattivo gusto, l'unica vera dote dei rivestimenti per pareti. almeno cosi pensavo fino a stamattina. Poi è arrivata Tracy Kendall, e con lei la mia redenzione, forse.

clap your hands, say cardigan









"Take cardigans. A few years ago, the only straight man under 80 who wore a cardigan was a PhD student somewhere in East Anglia embarking on his 17th year of looking at how the curlicues in medieval illuminated manuscripts reflected the rise of the proletariat. Now look at cardigans: from the Prada catwalk to Beckham to Gavin and Stacey to you and, to paraphrase the much missed Milli Vanilli, boy, you know it's true - ooh ooh ooh."

lunedì 15 dicembre 2008

my year in pics- music








l'anno finisce e Pitchfork ci regala una selezione delle migliori foto musicali del 2008, personalmente ne salvo 5, ma si sa, la fotografia di musica è terreno friabile: spessoun inutile gatto che si morde la coda, ritrattistica da palco trita e ritrita, con le lucine rosse e verdi che "fanno atmosfera", il mosso artistico che puzza di muffa, la smorfia per forza e bla bla bla. . non siamo tutti Mrs Leibovitz, che ci vuoi fare.
Da vedere tutte, io ho scelto queste:
-Feist sotto una nevicata di carta, le frange sono di una bruttezza unica, ma l'immagine è deliziosa, come un piatto di udon caldo caldo in una giornata di pioggia
-Erlend illuminato dalla luce divina, lo ammetto, sono di parte, ma il suo sorrisone e la t-shirt slabbrata mi provocano incontrollate reazioni a catena
- Nick Cave occhi di gatto, il bianco e nero non è così banale come dicono, basta saperlo usare
-Les Savy Fav, in un primo momento ho pensato fosse will vecchioprosciutto oldham ingrassato di venti chili, poi ho pensato al suo senso dell'umorismo. ecco allora no. grottesco che funziona.
-David Berman non ha visto gesù, è gesù. e anche un incrocio somatico fra un paio di noti musicisti italiani over 30.

domenica 14 dicembre 2008

yes, i am a long way from home


è passato un pò di tempo, si. quando le cose succedono troppo veloci o non succedono affatto, il tempo passa e nessuno si accorge, gli oggetti si congelano, figuriamoci quello che non si può toccare.
è passato un anno molto lungo, quasi diviso in due, con molto inverno e un'estate breve, alta e luminosa come un faro, i primi mesi faticosi come una maratona sotto il sole, a tirare il fiato poco e male tra uno strappo e l'altro, risvegli bruschi di mattina presto, quando i muscoli si buttano giù dal letto animati solo da un pensiero che non è rabbia nè angoscia, solo una spremuta di quello che è scomparso che mi viene incontro poco prima di aprire gli occhi davvero, una mano in mezzo alla schiena che spinge forte avanti, verso altre ore di luce che serviranno solo ad elaborare un piano alternativo, una strada a caso che esca dalla città. non c'è nessuno, non c'è niente oltre a questo, ci sono solo io.
poi col primo sole caldo è arrivata un'occasione, e la ruota è uscita dal fango all'improvviso, mentre si suda spingendo il carro il fisico si ricicla e spurga, e se l'esterno muta anche l'interno vuole la sua parte, trova qualcosa che pensava di aver perso, qualcosa così importante da non poterlo sostituire, che trasforma tutto quello che vedo nella realtà che non aspettavo più.
l'afa di luglio non mi ha fatto mai dormire, allora non ho sbuffato, ma ho fissato il soffitto e cambiato posizione, la rana pescatrice non mi riesce più, ora.
ad agosto ho giocato a nascondino, e poi ho fatto tana, ma la tana si sa, si cambia ogni stagione, ed ora che è arrivato l'inverno sono in mezzo al bosco a socializzare e schivare rami, cercandone una nuova.
so già come la vorrei, ma non so dove si trovi, nè quanto tempo occorra per arrivarci, potrebbe essere un viaggio lungo, ma io ho pazienza, non mi sono stancata di cercare, ora che so che chi cerca trova, proprio no.

mercoledì 12 novembre 2008

oh you, pretty things




mentre continua a piovere io continuo a non avere delle scarpe impermeabili, anche se ho scoperto che in bicicletta non servono granchè; nella mia borsa ho trovato questo buffo disco, che poteva essere la fregatura dell'anno, e invece fa pendant coi calzini bagnati e le gioie dell'acido lattico, e con questa cover la cerata ci sta, eccome.

giovedì 6 novembre 2008

office lego


"Alchool Party. Workers vs Law"

redazione Goya, quando si lavorava duro

venerdì 31 ottobre 2008

La Scala, laboratorio Ansaldo








entriamo in questo enome fabbricone per delle foto, non commissionate e non richieste, ma che importa, almeno ci divertiamo un pò, e poi sono curiosa, io della Scala in sette anni milanesi non ho visto neanche l'ingresso praticamente, e il teatro in generale lo conosco più nella versione "sala attigua alla parrocchia di provincia" adattata a festoni di carnevale quartierini che come posto reale, dove c'è gente che lavora.
il direttore nell'ufficio soppalcato e pieno di pennelli ci spiega come vengono impostate le cose, come si sceglie il regista, come lui si porti dietro gli scenografi, come tutto venga passato ai progettisti in loco, pochi e divisi in tre squadre, ognuno pronto ad assemblare, incollare, cucire e immaginare uno spettacolo diverso, come negli anni l'avvento degli stranieri abbia trasformato questo mestiere, con meno lime e più monitor, come i nordici e gli americani tendano a snobbare la tradizione artigianale della scenografia per inventarsi spazi vuoti e costumi inesistenti.
tra la polvere dei falegnami c'è un gruppetto in piedi, saranno in dieci a capire con quali pieghe deve esattamente cadere un sipario di scena, altri due cuciono un enorme telo dipinto alla Necchi d'ordinanza, un ragazzo lima un cipresso di polistirolo per la Vedova Alllegra, nessuno fa caso a noi, non vediamo mastodontiche installazioni, sarà colpa delle scenografie americane..ma di epico e gigantesco da fotografare qui c'è poco;
passiamo in sartoria e le cose cambiano, subito ci fermano per chiedere gentilmente cosa facciamo, li in mezzo a loro sporche di brillantini fino ai capelli, noi comode comode senza bagaglio e con l'aria di curiosare e basta, assicuriamo che non daremo fastidio, che siamo li solo per spiare un pò, silenziosamente.
e così facciamo, girando intorno ai tavoli stracolmi di paillettes, bottoni, spille, circondati da armadi in cui riposano mercerie in ordine alfabetico, pronte ad esplodere su qualche costume seicentesco, in un angolo enormi lavatrici ed un odore strano, appretto e ferro da stiro.
nel deposito costumi ci accoglie una bella signora in tuta da metalmeccanico, è la responsabile del magazzino, passa ogni giornata fra queste teche piene di vestiti indossati da mille persone diverse, li sceglie e li cataloga, tutte le mattine si sveglia alle sei e prende il treno da modena fino a qua, da ventitrè anni, e sembra anche piuttosto soddisfatta.
mentre mi segue senza fretta ci spiega quasi tutto, ad un certo punto si ferma davanti ad un attaccapanni pieno di cappotti anni sessanta: "e questi sono i nuovi costumi voluti dalla produzione, non li abbiamo fatti noi, qualcuno va nei mercatini dell'usato e sceglie"
"scusi ma, c'è scrito che sono per il don carlos...ma cosa vogliono fare?"
"guardate non lo so, il costumista ha deciso di non coinvolgerci, ma venite a vedere queste divinità del vento che si gonfiano con i movimenti, sono bellissimi, li abbiamo costruiti in due mesi, volano per tutto il palco"
due ore dopo stiamo ancora accarezzando il raso del kimono con le papere di una sfortunata madame butterfly, quando ci accorgiamo che è ora di andare, è passato un sacco di tempo.
mi sembra strano uscire da qui, è come se dopo appena tre ore, camminando per le stanze senza fine dell'ansaldo,un fuori non ci fosse più, al suo posto i palchi e i tavoli di legno, i lunghissimi strascichi del sipaio, il tulle e le maschere e le spille, e tutte quste persone che vivono qui dentro ogni giorno come fosse niente, come non fosse un posto dal quale non vuoi uscire.