venerdì 29 febbraio 2008

tea for two- è una questione di qualità







ah! le parole chiave..clicchi per simpatia et voilà, qualcosa trovi sempre.
POPPY era davvero difficile da ignorare ma nonostante tutto dormiva nel mio segnalibri da mesi, forse in attesa dell'acquisizione di una carta di credito, forse nascosto per tempi migliori: si tratta comunque di un posto meraviglioso, Herr Itten sarebbe orgoglioso del loro progetto perchè il concetto di bello & utile non è mai stato così chiaro dai bei tempi andati a oggi, se Miss Austen fosse ancora viva sarebbe deliziata dalle carte da parati arts&craft e ne comprerebbe 200 metri per tappezzare il suo studiolo, io più modestamente mi butterò sulle piastrelle da bagno dell'hasselblad, commoventi; se non abbiamo avuto la fortuna di frequentare un Vorkurs, almeno cerchiamo di rimediare.

giovedì 28 febbraio 2008

a blessing in disguise- ritornelli enormi


è una bella sorpresa quella del nuovo yuppie flu, bella come l'artwork davvero poco primaverile come è necessario in certi casi; credo che i motivi siano due, uno è sicuramente la condizione precaria in cui è stato registrato l'album, come indoviniamo dalle sempre taglienti parole di Gabbo su rockit, l'altra è che il territorialismo adriatico spinge a sviluppare un immaginario a volte fosco, altre più solare, ma spesso -come direbbe in nostro amico Fitzgerald- immerso nell'"oscuro buio dell'anima dove sono sempre le tre di notte", da leggersi non per forza nell'accezione negativa.
ci sono posti strani dalle nostre parti: città incomplete e assemblate con pezzi di puzzle diversi, spiagge aguzze e impervie, enormi e bianchissimi monumenti fascisti a picco sulla rupe dei suicidi, cimiteri ebraici dove bigiare la scuola, l'erba verdissima del faro abbandonato, posti orrendi e bellissimi dove per il vento, certi giorni, è impossibile camminare; è difficile non diventare dei sarcastici esaltati vivendo qui e anche non essendoci più, cambiando strada e geografia gli occhi continuano a cercare qualche particolare storto e sbagliato, perchè senza non c'è gusto. il sale in faccia si asciuga e si aspetta col sorriso il prossimo disguise che ci rimetta in pista, il pezzo è molto bello e i ritornelli sono enormi, abbiamo tutto il tempo.

mercoledì 27 febbraio 2008

kokeshi

" Nei weekend Sumire si presentava a casa mia carica di manoscritti. erano solo quelli fortunatamente scampati al massacro, ma anche così si trattava di una discreta mole. in questo vasto mondo lei riteneva di poterli mostrare ad un'unica persona, che guarda caso ero io.
all'università io ero avanti di due anni rispetto a lei e seguivamo corsi diversi, quindi non avevamo molte occasioni per entrare in contatto, e invece pper caso ci ritrovammo a chiaccherare come vecchi amici. era un lunedi di maggio, subito dopo le vacanze, io ero alla fermata dell'autobus vicina all'ingresso principale dell'università, e leggevo un romanzo di Paul Nizan che avevo trovato in una libreria di libri usati. accanto a me vedo questa ragazza, piccola di statura, che allunga il collo per vedere cosa sto leggendo, e poi mi chiede, con l'aria di chi vuole attaccar briga: -Nizan? ti sembra un autore da leggere oggi?- era come se avesse avuto voglia di prendere a calci qualcosa, e non trovando niente di adatto avesse ripiegato su quella domanda, o comunque questa è l'impressione che mi diede."

domenica 24 febbraio 2008

love is the devil- Francis Bacon



Caro Francis,
sono dodici anni che ti aspetto, finalmente poco fa mi hanno detto che dal 9 marzo sarai nella mia città, mi basterà salire sulla linea gialla e fare sei fermate per trovarti li, credo capirai il mio incontenibile entusiasmo, se non lo sai tu cosa vuol dire incontenibile, vecchio demoniaco ossessivo.
Sai il tuo amico George è ancora appeso li, nella stanza che non è più mia da secoli, i poster staccati o coperti da foto di nipotini e disegni del catechismo, ecco io mi chiedo cosa ci faccia il ritratto squagliato del tuo grande e rozzissimo amore attaccato meticolosamente vicino agli scarabocchi pasquali e gli imbarazzati ritratti di famiglia dove qualcuno in seconda fila non sorride mai, mi chiedo come mai la cattolica furia iconoclasta non sia arrivata anche per lui, relegandolo in cantina; daltronde sembrava abituato ad essere messo da parte, quando ti chiudevi nello studio con le tue montagne di foto e quando lo lasciavi combattere da solo in qualche scantinato sporco mentre te la spassavi al bar con gli amici freak, deridendolo per la sua goffa semplicità che invece, dopo qualche bicchiere di troppo, ti era cara più dell'aria, sopraffatto com'eri dal tuo snobissimo gigantesco ego.
George dev'essersi chiesto cosa diavolo ci facessi con tutte quelle immagini su carta, quelle foto ritagliate compulsivamente dai giornali, dalle brochure, strappate per la strada, perchè uno che veniva pagato migliaia di sterline per dipingere si ostinasse a prendere ispirazione da stupide immagini di cronaca bidimensionali, perchè non le cercassi nel tuo cervello invece; quello che George non aveva capito era che per te il soggetto su quel piccolo pezzo di carta era come un tappo nella vasca: se lo raccogli vien giù tutto, velocissimamente, e per tutto intendi la carne, i visceri, le maschere, le urla e le facce sciolte: le foto erano spettri di qualcosa che una volta era vivo, veicoli su cui saltare per arrivare da un'altra parte, non subito e mai senza conseguenze, com'è ovvio c'è sempre un prezzo da pagare.
Il riscatto di George è stata la sua vita, troppo estraneo alle tue follie com'era non ha resistito a lungo, forse tutti siamo in pericolo se arriviamo troppo in fondo all'inferno altrui e temo che le tue ferite, Francis, fossero davvero insuturabili perchè vedi, lo fossero state non sarei li, il nove marzo, a vedere il sangue che ne esce che colore ha, da vicino.

sabato 23 febbraio 2008

hologram world



tiny masters of today- "hologram world"- Directed by Karen O and Barney Clay


ho aperto le pratiche di adozione

giovedì 21 febbraio 2008

Let's thank the host - you've been such a great host, the roast, was just so perfectly prepared



Phad thai
è meno cacofonico di Rirkrit Tiravanija eppure entrambi vengono dalla Thailandia, sebbene il secondo non sia direttamente commestibile ma abbia comunque a che fare col cibo.
Mr Tiravanija è un artista, lo è al punto tale che il Guggenheim si è scomodato a dargli un premio, lo è talmente tanto che il suo arrivo al vernissage è fondamentale, senza di lui non si comincia, proprio non si può; diciamo che le opere le porta da casa, ancora incomplete, dentro una valigetta e due o tre buste di Tesco, spesso viaggia in bicicletta e se vi incontra sulla strada per il museo, magari si ferma e in cinque minuti vi regala una minuzia take-away da gustare subito, l'incarto da portare a casa ed appendere in salotto, sperate solo non si trattasse di peperoni: si perchè Mr Tiravanija cucina, solo non al ristorante.
Sceglie come base le grandi stanze bianche di un museo e come dargli torto, ogni cuoco wannabe sognerebbe una cucina del genere, gigantesca, pulita e luminosa, dove gli spettatori ammassati davanti al bancone muovono le teste in sincrono con la danza antiaderente dello wok mentre i gamberi si glassano e lo zenzero sfrigola arrabbiato: cotto e mangiato, nè più, nè meno, chi compra si porta a casa un piatto sporco e la pancia piena.
Starete pensando che sembra una fregatura: se ad occhi poco attenti non lo sembrasse il novanta per cento dell'arte contemporanea vi darei ragione, ma non credo sia così, so che Mr. Tiravanija paga le bollette con un esperimento fritto e rifritto -pardon, gioco di parole pretestuoso- ma so che fa altre cose, meno pop ma comunque valide, e so che se c'è un motivo per essere felici almeno per mezz'ora nell'arco della nostra vita è sicuramente un motivo che ha a che fare coi fornelli; il cibo è fatto per essere tagliato e combinato, è una decorazione, una soddisfazione, un sussidiario della geometria e della teoria del colore, la costruzione di un piatto è creazione pura, arte unopuntozero, una cura per l'anima, non tutti possiamo cucinare al Guggenheim ma tutti abbiamo una cucina, e questo Mr. Tiravanija deve averlo capito.

"una serata a Stoccolma, un evento collettivo durato 24 ore, quasi un rave artistico. Quella sera è venuta tanta gente, lo spazio era enorme e ognuno faceva qualcosa. Era il 1996. Io cucinavo cibo e preparavo curry già da un po', così il pubblico era abituato al fatto che usassi la cucina e il cibo thailandese come base per il mio lavoro. In quel caso avevo deciso di lavorare con un gruppo di studenti di Stoccolma: abbiamo preparato polpette svedesi - un'idea abbastanza ovvia e stereotipata. Puoi andare all'Ikea e mangiarle ovunque, sono l'icona di un pranzo svedese.
Quello che ho fatto è stato seguirne la ricetta di base, aggiungendo però del curry thailandese alla miscela. Così quando mordevi una polpetta, invece di sentire il solito gusto di carne, pane e salsina, ti trovavi sulla lingua un sapore speziato e piccante.
Ho sempre trovato interessanti queste "situazioni ibride" in cui l'adattamento di una condizione a un'altra produce qualcosa di sconosciuto, anche se sotto forma di un'immagine familiare. Abbiamo cucinato per tutta la notte, una vera montagna di polpette."
R. Tiravanija

i love tino sehgal

martedì 19 febbraio 2008

god put a song on my palm that you can't read




Mr why? è tornato, i suoi titoli imbarazzanti anche: Alopecia è un disco che hai paura a cercare sul mulo, cosa potrebbe venir fuori nel peggiore dei casi..un'ammucchiata di pelati che si intitola "hard bald"?
ai tempi di "elephant eyelash" mi piaceva immaginare questo enorme elefante cigliuto, tipo quello di hollywood party ma più grande e più placido, un simpatico animale mansueto da tenere in salotto mentre giochi con le drum machine sul tappeto, qualcosa di maestoso ma familiare, qualcosa a cui fare una carezza sulle orecchie, qualcosa che se decide di muoversi è in grado di fare a pezzi un armadio con un colpo di coda e su cui puoi salire per farti portare in trionfo per le vie della città mentre la gente lancia fiori.
in effetti è stato il disco della fine di un lungo inverno, ascoltato in macchine e stanze fredde ma fosforescenti di gioia, su strade che conoscevo bene ma avevo appena imparato a dimenticare, mangiando fritto, leccandomi le dita coi biglietti del treno in tasca. è stato il disco delle belle immagini di why?: -your legs are two swimming dolphins swimming, unfold an origami death mask and cut my DNA with rubber traits-, il pianoforte saltellava dappertutto.
poi ieri è arrivato "alopecia", insieme a tre etti di code di gambero e mezzo litro di latte di cocco, mi sono detta che avrei sconfitto meglio la mia sindrome da shuffle impegnandomi nella julienne che occupa poca ram ma concentra, il disco andava e veniva, le pentole a friggere sul fuoco, ne sono riemersa a curry cotto e mangiato con una certezza: why? è come quando fai partire un pezzo nel lettore e non senti nulla, pensi che ci sia qualcosa che non va, poi ti accorgi che il volume era off, lo alzi e tutto va a meraviglia, puoi tornare sul divano.; ho come l'impressione che stavolta c'entrino poco giganteschi animali sacri e mansueti, che siano più appropriate lunghe camminate a piedi, questa volta lungo strade che conosco e che spero di ricordare il meno possibile, stanze troppo calde ma vuote, vestiti per l'estate da metter via, forse in valigia; ecco forse Mr why? è uno che sta per andarsene dalla sua piccola stanza di motel, che piega piano piano le magliette sul letto con un sorrisetto amaro, riempite le borse si infila una camicia a scacchi, ingoia l'ultima goccia di caffè, sospira mentre inforca gli occhiali da sole e prende la porta, fuori c'è una luce accecante e un sacco di chilometri da fare. viaggia solo ed apre i finestrini, l'aria in faccia lo sveglia un pò mentre riavvia i capelli e accende la radio
"i'm not a ladies man, i'm a landmine
filming my own fake death
under an '88 cavalier i go
but-but-but-but nothing but the rear bumper's blown
but i's born for this flight,
united 955 on the fifth of july
back the s over y
i join the dark side
in a thin disguise
on consumer grade video at the height..."

domenica 17 febbraio 2008

venerdì 15 febbraio 2008

le città invisibili-peter bialobrzeski






"se le chiedessimo di spiegare a parole il suo lavoro sul paesaggio?"
P. B. "certo non sono nella posizione di spiegare cosa significhino le mie fotografie: le faccio proprio perchè non ho parole per descrivere quel che vedo. Diciamo che ho un'immagine mentale che diventa congruente con la fotografia, se la faccio bene.

" lei ha detto che le sue foto non sono nè arte nè un documentario, ma una pratica culturale? ci vuole raccontare meglio?"
"per me si tratta di un modo di dare senso al mondo che mi circonda. penso che la mia fotografia non sia qualcosa di molto diverso dalla scrittura: entrambe sono fortemente legate alla realtà. la fotografia molto spesso è ancora mal compresa, si pensa che sia un puro strumento per registrare informazioni visuali, ma è diventata molto più di questo. c'è un così forte senso della storia e ci sono cosi tante diverse opinioni sul tema nel dibattito internazionale da far pensare che oggi il suo orizzonte culturale non sia diverso da quello della letteratura o del cinema"

Marie Claire, mar 2008, intervista a Paul Bialobrzeski

grazie paul, non avrei saputo dirlo meglio.

trovo curioso che migliaia di persone guardino le tue immagini, non capiscano dove diavolo siano statte scattate e provino immediatamente- come diretta conseguenza del non riconoscimento- una sensazione di sollievo; a questo punto è probabile che sia proprio quel senso di leggerezza che ti prende quando non sai assolutamente. e tanto meno ti interessa, sapere dove tu sia, avere la certezza che le coordinate siano quelle giuste e la rotta pure, che intorno a te ci sia qualcosa di solido. forse è l'entusiasmo dell'incoscienza o dell'unica certezza che si possiede: cioè che un vuoto si può sempre riempire, prima o poi.


giovedì 14 febbraio 2008

from a balance beam








oggi bilanciamo. forse.

mercoledì 13 febbraio 2008

backstage

cibo matto




pazzi, pazzi giapponesi

picture eureka: un mesto misterioso mestiere?


la vita sociale meneghina prevede -com'è ovvio- diversi compromessi da stringere con la quantità di pazienza di cui si è dotati: se la fatina delle virtù è stata particolarmente generosa con voi non avrete problemi, in caso contrario, se cioè siete degli insopportabili sbuffatori come me, arrotolatevi le maniche e prendete un lungo respiro; i tre-quattro minuti che precedono una qualsiasi conoscenza sono i peggiori, le domande che vi verrano fatte saranno precise, secche e fittissime e saranno mirate a capire se siete meritevoli di interesse o meno: se potrete farli entrare ad un concerto o una mostra gratis, se siete un buon partito, se lavorate in zona sempione e quindi vi siete reincarnati per l'ultima volta, queste cose qua.
a parte gli scherzi ultimamente sto avendo dei problemi in questa fase della conversazione, mentre un anno fa bastava dire "abito in isola" e l'interlocutore (se non appartenente alla fascia di reddito "golden path") sbiancava di ammirazione e si produceva in sommessi "uhh" di approvazione, ora se ha la disgraziata idea di chiedere prima "che lavoro fai" sprofondo in una botola di sconforto; ho preparato diverse risposte jolly da lanciare come stellette ninja verso la ghiandola pineale dell'interlocutore sperando di smarrirlo con una fregnaccia stratosferica delle mie, ma non sempre funziona:

-lavoro per una casa editrice il cui nome pronunciato tre volte evoca il dio pan, però con la faccia di berlusconi
-passo le giornate a fissare uno schermo pieno di cosce
- cerco di rispettare il patto anti anoressia della melandri ma non è facile, è una dannata guerra

non biasimatemi. a voi piacerebbe rispondere "ricercatore iconografico?" dando l'idea di essere un pazzo che tutti i weekend si infila un caschetto e scorrazza gattonando per cunicoli bui a cercare pitture rupestri, oppure "photo editor" costringendo il famoso interlocutore a fare altre quattro domande - che vi spazientiranno ulteriormente- per capire cosa diavolo fate davvero, otto ore al giorno.
un'illuminante intervista della grande Giovanna Calvenzi spiega perfettamente cosa voglia dire occuparsi della parte iconografica di una rivista, all'estero..perchè in italia tutto sembra molto più confuso e instabile, chissà come mai: il photo editor è -idealmente- quel personaggio che a braccetto ( o più probabilmente per terra accapigliandosi come pazzi ) con l'art director decide la linea linea visiva di un giornale, cerca e sceglie le immagini, le cerca e le sceglie- secondo mio modesto parere- pensando a tante cose: prima all'immagine come la vorrebbe, non facendosi mandare centocinquanta foto dall'agenzia per poi sceglierne una a caso, se ti occupi di questo la tua testa deve piena di immagini e per rispettare un certo progetto visivo dovrai trovare qualcosa di adatto, qualcosa che praticamente ti inventerai, non che troverai grazie al tuo schiavo ricercatore che passerà 5 ore incollato allo schermo guardando scorrere migliaia di immagini dopo avergli scritto su un foglio "coppia-impotenza-pagina piena".
invece sembra che da noi vada proprio così, che in alcune riviste le foto non vengano considerate, scelte dal direttore senza appello, trovate dagli stagisti, nel migliore dei casi un photoeditor c'è ed è anche un fotografo, cosa che aiuta davvero molto; tanta gente è convinta che questo mestiere potrebbe farlo anche una scimmia, talmente tanta che i tre quarti ci lavorano pure, nell'editoria, senza chiedersi ogni mattina con che diritto a un giornalista sia consentito parlare e trattare di fotografia senza una preparazione adeguata; dei professionisti ci sono, stanno nascendo scuole per formarli. in altri paesi se cerchi "photoeditor" nello spazio jobs delle case editrici non trovi nulla perchè il termine esatto è picture editor, ovvero la persona che si occupa di tutte le immagini e le illustrazioni, che ha ben presente com'è fatta una foto ben scattata e dove deve essere messa esattamente perchè sia leggibile al cento per cento, che collabora con altre persone preparate per creare qualcosa che ha due modi di essere letta: con le parole e con le immagini.

dopo questa liberatoria piazzata al prossimo che chiederà "che lavoro fai", mettendo da parte il mio ignobile sarcasmo, risponderò "guardo le figure, però sono dei pesci" stringendo in tasca un bel biglietto aereo preferibilmente non ryanair, con le pezze al culo abbiamo già dato.

martedì 12 febbraio 2008

girls on film: steven meisel





Caro Steven,
scusa se prendo subito confidenza ma sai, è come se ci conoscessimo da sempre, sei anche più giovane dei miei genitori, poi vogue a casa mia è arrivato prima del menarca e della rete, addirittura prima che la Sozzani cominciasse a decomporsi, che vuoi fare: l'imprinting è tutto nella vita.
Hai cominciato presto a giocare con le ragazze invece di rotolarti in qualche campo da baseball: tua madre e tua sorella giravano per casa facendo girare le enormi gonne a ruota mentre le guardavi sorridendo seduto su qualche copia di Harper's Bazaar; pochi ragazzini a dodici anni avrebbero sfruttato meglio quella stridula vocetta impubere per far finta di essere la segretaria di Avedon e farsi spedire chilate di composit dalle agenzie, ancora meno si sarebbero messi a seguire Twiggy per strada nella speranza di conoscerla da vicino, magari fare una foto con lei.
Adoravi le ragazze e loro adoravano te, dopo qualche mese di stratagemmi e appuntamenti annullati decine di giovani modelle sconosciute si lasciavano fotografare gratis in cambio di un bel book da portare in redazione, certo è così che si fa ma raramente le novelline in questione si chiamano Linda Evangelista e e cambiano colore di capelli quattro volte l'anno solo perchè l'hai consigliato tu, Stella Tennant ha addorittura lasciato il castello di famiglia per seguirti, ai suoi levrieri mancherà moltissimo.
Non si sa come sei entrato nelle grazie delle regine cattive della moda: Anna e Carla ti venerano dall'inizio, probabilmente bevete frappuccino tutti insieme a bordo piscina il sabato pomeriggio mentre qualche inserviente hawaiano ci da dentro con la manicure e vi preoccupate che quel servizio sulla guerra in Iraq non faccia abbastanza polemica; questo è il tuo mondo steven, che ti piace dissacrare divertito e leggero finchè la geometria non ti prende la mano e i vestiti, le donne, diventano qualcos'altro.
Sono quarant'anni che scorrazzi tra ragazzine gigantesche e animali da moda ma quello che vedi e che scegli non è cambiato molto, che sia un asettico universo bianconero popolato da creature colate nel lurex o un pigiama party di adolescenti cattivelle e spettinate, che sia quello che vuoi Steven, finchè le ragazze ti adorano.

lunedì 11 febbraio 2008

weight is a gift



a ben guardare, nel mondo, ci sono due categorie di persone : gli stanziali e gli schizofrenici della geografia; mentre i primi riescono serenamente a spendere il loro tempo nella città in cui sono nati, con le cose, le case, gli amici di sempre, ai secondi riesce difficile anche solo attaccare un quadro alle pareti perchè non sanno se fra sei mesi saranno ancora lì a guardarlo.
è naturale che spesso i più turbati siano i secondi che a cicli di un paio di stagioni tentano di autoconvincersi invano che si, prima o poi si fermeranno da qualche parte, che c'è un posto che li aspetta e bla bla-stabilità-bla bla-cucina componibile-bla bla il medico dietro casa..di solito finita la fase acuta è il momento di fare gli scatoloni, di nuovo.
gli schizofrenici geografici si spostano comunque molto spesso anche dalle dimore provvisorie: il weekend è sempre una buona scusa per saltare in macchina e sbattersi da una parte all'altra dell'italia, si cambia aria, o almeno sembra, ma senza chiamare la ditta traslochi, non è poco, si vanno a trovare gli stanziali che magari son contagiosi.
si torna a casa ad aprire parentesi mentali dentro le quali può succedere di tutto: nell'arco di due giorni il geyser delle immagini cerebrali erutta centinaia di volte, lungo le vie e dalle facce della gente, tutto ti si butta addosso come pece e piume, tornano a trovarci le persone che siamo stati, si autoinvitano sfacciatamente come alle feste delle medie e fanno domande fuori luogo alle quali non sappiamo chi far rispondere: noi stessi, noi prima o noi fra un pò, nel migliore dei casi.
sono convinta che Giacomo Costa abbia vissuto in molti posti, se non altro in tutte le sue città fatte di ferro e acqua, nelle sue case quadrate cadute una sull'altra, i palazzi giganteschi distrutti da una nave che ha sbagliato porto, i grattacieli nel deserto di una spiaggia che sembrano normali, plausibili, entreresti a chiedere una camera, se potessi.
dovremmo avere uno dei suoi lightbox da mettere in valigia, risponderebbe lui alle domande: forse
tenere in tasca una bassa percentuale di realtà immutabile ed andare a cercare, ogni giorno che passa, l'imprevedibile variazione che ci serve per immaginare qualcosa di meglio, ecco forse basta questo.

giovedì 7 febbraio 2008

i'm on standby

sto guardando le figure, sono tantissime, prossimamente anche di più pare.
aspettando che mi cadano quattro delle sei braccia che mi sono cresciute per gestire questa mole di sbattimenti lascio questa delizia qua sotto, rende l'idea.





pipilotti rist "i'm not the girl who misses much" 1986

martedì 5 febbraio 2008

dinosaurs




Dinosaur Jr "just like heaven"

pretty kids make stephen malkmus- stephen malkmus, please make pretty kids (with me)




"G & M sing the Pavement song, "Stereo" in the car before martial arts class...."

It was in a foreign hotel's bathtub I baptized myself in change And one by one I drowned all of the people I had been





Chi sarebbe in grado (o anche solo abbastanza simpatico) da potersi permettere di consigliare a Marc Jacobs una campagna pubblicitaria, dirigere un orrendo giallo di serie b con Molly Ringwald, mitragliarsi di finti autoscatti da 3o anni e venire citata in un pezzo delle Chicks on Speed?
la risposta è ovviamente Cindy Sherman, una delle poche donne che ha davvero sdoganato e reso più concreto il concetto di "sdoppiamento da sindrome premestruale"; a parte gli scherzi riesce davvero difficile immaginare la sua vera faccia, talmente tanto che non ci interessa più, seppellita da centinaia di immagini che la ritraggono come sosia del mondo, una per volta.
la signorina Sherman capisce presto che la pittura non fa per lei, la fotografia nei primi anni settanta sembra il mezzo più veloce per raccontare le serie di immagini che le piovono in testa, le serie sono necessarie, non ci sono storie di una pagina; ecco quindi The Complete Untitled Film Stills, sessantanove scatti con una sola protagonista che corre da un frame all'altro cambiando abito e location: la Sherman sola, dietro e davanti alla macchina, inventa e cuce su misura il suo guardaroba ai sali d'argento, le tipiche donne da film si avvicendano sul rullino mentre stanno ferme dentro di lei.
si sbaglia chi pensa di poter affibbiare al suo lavoro etichette di tipo autoritrattistico o femminista, non ci sono esplosioni di protagonismo, questo non ha niente a che fare con la volontà dell'artista di fare da solo, di non trascinare qualcun altro in un vorticoso processo creativo probabilmente poco condivisibile,dev'essere stato comunque molto liberatorio buttarsi da una parte all'altra del fuoco cambiando ruolo, vestiti e pelle, quello che sei oggi davvero non ha speranze di incontrare senza danno chi sarai domani, fra due anni o mai, e se dovesse succedere uno dei due dovrebbe sparire comunque, il 24x36, come la vita, a volte è troppo stretto per entrarci in due.

lunedì 4 febbraio 2008

can deal with some psychic pain if it'll slow down my higher brain


"che gli uomini fossero creature multiformi non era una novità per lo Svedese, anche se era sempre un pò uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione.
Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la proprioa essenza- esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quelli che erano- e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero, in segreto, stufi di se stessi e non vedessero l'ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all'altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso. Era come se trovarsi in sintonia con la vita fosse qualcosa di accidentale che poteva capitare, certe volte, ai giovani fortunati; mentre per il resto, era una cosa con la quale gli esseri umani non riuscivano a rapportarsi. che strano."

ph. P. Lorca di Corcia "Hartford" 1978

l'intelligenza non cancella la natura umana. adesso passami le patatine.


"When people ask me what I am, I tell them I'm the artist formally known as a photographer "

Prima di Prince c'era Duan Michals, poco ma sicuro;
se è vero che prima di parlare dovremmo pensare è verissimo che prima di scattare una fotografia ci sono miriadi di cose da chiarire: mai a tavolino, troppo facile, la strada è lunga e passa dalle domande, anche quelle senza risposta.
i micromondi di Michals non sono mai delle risposte che, secondo lui, la fotografia non deve dare; quello che ci serve veder uscire dallo schermo è un input, un piccolo chiodo che ci entri nella testa così che dal buco possano uscire attesissime illuminazioni come atena dalla testa di zeus, oppure solo un sospiro, l'importante è bucare.
dev'essere un vizio degli autodidatti quello di osteggiare apertamente la fotografia ufficiale, quella dei soffietti, delle pause tecniche e delle valigette: il rifiuto della ragioneria dell'immagine per una volta non sembra un'inutile battaglia di fricchettoni contro i mulini a vento del progresso, ma solo un invito alla riflessione, alla ricerca di un metodo originale e proprio utile alla scoperta delle cose; per giustificare tanto simil snobismo ci vuole un talento galattico che in questi scatti non è mai in discussione, tanto quanto la tangibilissima esplorazione della coscienza umana, il continuo tentativo di rappresentare per immagini la follia della vita, i mondi interni che ogni giorno cozzano fra loro rimanendo pressocchè inspiegabili e, per questo, un pò crudeli.
non si fanno foto per gli altri, per nessuno, si fanno foto per le foto; finchè il cervello continua a giocare a pelota con la coscienza la partita è aperta, la condizione umana resta un nodo gordiano ma il messaggio di Michals è chiaro: non servirà l'intelligenza applicata per spegnere l'interruttore dell'umanità e dei suoi errori, le domande sono le risposte, oppure cominciate a guardare meglio, più da vicino.