venerdì 5 ottobre 2012

sabato 10 marzo 2012

Moebius- Farewell & goodbye





Jean Giraud nasce nel 1938 nella Marna, è un anno pieno di casini storici piuttosto seri, per cui pochi si accorgono di lui, probabilmente.
Poi arriva il western di Blueberry, e con lui la stanchezza di essere associato ad un solo stile ed un solo personaggio, che gli sta stretto come un pigiama da bambino ad un adolescente che si allunga ogni giorno di più nel lettino a una piazza a casa di mamma e papà.

E così nasce Moebius, e con lui prendono vita le creature incappucciate che cavalcano pterodattili velocissimi, sfrecciano attraverso l'aria pulita delle Alpi finte e vere, montagne che corrono sulle tavole a colori, e mentre sfogliamo le pagine si sente quel rumore di ali pesanti che fanno quasi paura, a non sapere che sono animali buoni, amici e complici di un sistema unico di sospiri, alberi e fruscii.

Moebius si spegne oggi, 10 Marzo 2012, e nell'estrema tristezza di sapere con certezza che saremo privi per sempre della sua mano, penso che possiamo ricordarcelo così, a cavallo di uno dei suoi mostri buoni, pieno di quella grazia senza pretese che lo ha sempre guidato, libero e semplice, eppure complicatissimo. Intricato per tutti tranne che per lui stesso, che certe cose si fanno solo con incoscienza e la leggerezza del talento umile, altrimenti vengono male.


Adieu Maestro.

martedì 17 gennaio 2012

Hiroyuki Ito: red rain & exposed films into the vegetable compartment






"I go out and take pictures every day. Nobody paid or asked me to do it. No divine inspiration struck me even once in my life. I am quite boring."

Hiroyuki Ito ha 44 anni, e da 20 non tornava in Giappone per una scelta precisa, o solo per poca voglia, chi lo sa.
Ci sono eventi che ti costringono a trovare la strada di casa, spesso sono tragici, a volte anche risolutivi, comunque quasi mai si tratta di un viaggio che si possa tenere sotto controllo: niente orari e niente tappe, e le cose che hai visto da sempre si appannano o ti scoppiano in faccia senza rimedio.

"It’s a habit like brushing your teeth or washing the dishes. I photograph almost mechanically, with no hint of emotion. I don’t know whether I get "the shot" because I don’t know what I am after to begin with."


Perfino le incrollabili abitudini possono essere travolte come cani in autostrada, se gli eventi sono abbastanza sconvolgenti. E' per questo che quando Hiroyuki torna a casa per seppellire suo padre, e poi sua nonna, cadendo nella pozza dei ricordi di vent'anni prima, la sua spocchiosa tendenza all'atarassia diventa cenere, prima che lui se ne accorga consciamente.

"When I arrived, I saw red drops everywhere. I thought it was red rain falling from the sky. It has been said that the day after the atomic bomb was dropped, there was black rain in Hiroshima. Although there was radiation in Tokyo after the Fukushima nuclear fallout last year, there simply isn’t such a thing as red rain.
But even when the sky was clear, I kept seeing red rain, as if a filter was over my eyes."


La pioggia rossa lo segue ovunque, per settimane filtra la realtà ai suoi occhi come un paio di occhiali da saldatore, impedendogli insieme di vedere bene e proteggendolo da ciò che avrebbe visto.
Forse sono i posti dove nasci ad essere capaci di fare queste due cose insieme: nascondere e mostrare, tirare fuori quello che non vedevamo da anni ricacciando il peggio nel buco nero dal quale è uscito. Almeno finchè può servire. Poi ricomincia la realtà.


"In the middle of November, my girlfriend called me from New York to tell me that she was leaving me. I waited for the red rain to return to blur my vision and alleviate my pain.

It never did."

sabato 8 ottobre 2011

Stay hungry, stay fucking foolish- no distance left to run





La frase più abusata del mondo pronunciata dall'uomo meno fotografato dell'universo, se non su un palco abbracciato ad una delle sue creature, con la faccia piena del nulla conosciuto solo da quelli che hanno colmato un vuoto.

Mai stato santo o martire, squalo quando serviva e ingenuo quanto bastava a prendere sonore batoste, Mr. Jobs si è rivelato un fottuto genio in troppe occasioni per non poterlo piangere almeno un paio di giorni. Senza benedizioni o croci, lontanissimo e incredibilmente vicino alla perfezione insieme, ci sono tutti gli ingredienti per una marcia di fan invasati che si strappano i capelli fino alla sua tomba.

Mi sono accorta della sua scomparsa per un attacco di fame notturna, appena sveglia con una voglia irrefrenabile di sandwich ho appoggiato un dito sull'iPhone e decine di tweet esono esplosi sullo schermo urlando la stessa cosa: goodbye Steve.

In ufficio ne abbiamo scherzato per mesi -se muore il coccodrillo te lo prendi tu- e poi quando è successo davvero non c'era nessuno che desse la notizia in tempo reale.
Per quanto mi riguarda mi sono seduta, ho pucciato una macina nella tazza di latte davanti a me e ho pensato al mio primo incontro con la mela: un pomeriggio freddissimo condito dalle solite stronzate da universitari, il rumore dell'avvio era una cosa mai vista, dopo un'educazione sentimentale totalmente dedicata ai pc ho tradito il mio primo amore in cinque minuti, il tempo che è servito a Mr Jobs per rendermi schiava delle sue fantasie.

"La barra laterale!": temo di aver urlato qualcosa di simile, molto forte. Da allora non ho mai smesso di pensare a Jobs come a uno che chiami per cognome nonostante abbia cambiato la tua vita, professionale certo, ma anche personale se quello che fai ti piace davvero.

Bello e utile, due cose che non si conciliano quasi mai perchè non siamo abituati a pensare che ogni piccolo gesto faticoso potrebbe essere più semplice se lo progettiamo con un'intelligenza semplice che è anche bellezza, di una bellezza pulita ma sensibile, cose meravigliose che cambiano fino ad anticipare i desideri degli utenti, perchè no. Nessuno ha mai venduto sulla croce, non c'è vergogna nel successo di qualcuno che ha amato quello che faceva, sapendo che niente è santo e che ogni conquista ha le sue strategie. Perchè sembrava frivolo e sciocco sgravarsi del peso di certe sovrastrutture da codice binario, quello che è giusto è complicato. Beh, non è così.

Milioni di professsionisti hanno lavorato con le idee di Jobs, milioni di persone comuni hanno migliorato le loro giornate grazie alle quattro idee che sono spuntate a Cupertino come l'erba se la pianti bene, che infatti cresce e profuma tutto il quartiere.

Ogni persona normodotata e nata negli ultimi 40 anni deve qualcosa a Mr Jobs, anche quelli che quando dici Apple si ritraggono tipo vampiri all'alba rovesciando i sigilli di Gates.

Quattro anni fa qualcuno mi ha regalato un iPhone mentre mi stavo occupando di finire una forma di fontina valdostana in una certa trattoria. Ricordo di aver mollato il pezzo di formaggio che avevo in mano urlando in cerca di un tovagliolo per pulirmi le dita prima di toccarlo.

Poi ho pensato allo sfruttatissimo discorso di Jobs a Stanford, che si è ruffiano, si è compiaciuto, ma se non è un peana perfetto questo allora di cosa stiamo parlando?
Non si possono conservare cose che non si hanno, niente è perfetto e per avere quello che ci interessa dobbiamo guardare avanti come se un domani non ci fosse affatto. Perchè fare quello che ci piace ha sempre un prezzo, e calcolarlo sul calendario raramente porta fortuna.

A chi tutto questo sembra superfluo e modaiolo consiglio di prendersi una vacanza per riposare i nervi. A tutti gli altri un grande in bocca al lupo per la propria fame da placare: avere fame è giusto, se si è sazi non si vuole niente, mai.

martedì 9 agosto 2011

Summer of Love

Ok, è estate. Dopo tre mesi di pioggia e temperature inospitali forse riesce difficile ricordarlo. Ecco un piccolo reminder per chi ha comprato un costume nuovo per usarlo un numero di volte non equivalenti all'ammortamento della spesa sostenuta.

Andiamo con ordine. Se non vi fa estate questa andate pure a rinchiudervi in una cantina fredda e umida, soffrendo della vostra anomalia umorale.



Mi sfugge il motivo per cui uno dovrebbe affrontare una mini crociera in barca a vela in giacca e cravatta color pistacchio. Ma Simon Le Bon deve saperla più lunga di me perchè lo ha fatto eccome, almeno per tre minuti.


Sfugge (mica tanto) anche la vera ragione del video dei The Drums: perchè cazzo due post adolescenti eterosessuali (haha) dovrebbero correre in spiaggia in piena notte urlando che vogliono andare a surfare, mentre sono vestiti come teneri collegiali che in una vera spiaggia da onde verrebbero picchiati energicamente da energumeni biondi a torso nudo?
http://www.youtube.com/watch?v=XdyJUrEJD9U


Venendo dalla California sembrerebbe automatico immaginare i Grandaddy come aitanti energumeni abbronzati e mezzi nudi, invece no. I nostri sono costantemente bianchi come il latte, ricoperti da piumini, paraorecchi e cappelli di lana. In perenne lotta con gli animali dei boschi. Winter is coming, lo sanno perfino loro, e dal 1992.



Ammettiamolo, Olivia Newton John non è mai stata una squinzia da amorazzo estivo. Al massimo era quella a i maschietti urlavano "suora!" perchè non voleva andare in seconda base. Almeno finchè non si è infilata degli skinny jeans di pelle. Ma quello succedeva a settembre, e ricominciava la scuola.


Francuzzo cosa sia l'estate lo sa bene, nutrito dal sole sulla spiaggia come dice lui. Certo, poi la voglia di annegare, se è Ferragosto e stai ancora lavorando, è perfettamente comprensibile. Fa venire voglia di morire anche la sua pronuncia inglese, ma cercheremo di non pensarci, mentre infiliamo gli occhialini.









venerdì 5 agosto 2011

You can be my friend, you can be my dog







Out of office automatic reply.

martedì 1 marzo 2011

The Streets- The thing I love the most is trying to kill me






E' innegabile: a Mike Skinner piacciono le sbarbine inglesi, le sostanze psicotrope e i palazzoni. Esatto, i palazzoni. Quando nel 2000 fece sanguinare le orecchie di tutto il mondo con il suo primo, geniale album -Original Pirate Material- avremmo potuto pensare che la copertina dedicata all'enorme condominio-alveare fosse un omaggio alla natìa Birmingham o al trasferimento nell'urbanizzatissima Londra, dove appunto fu registrato il disco. Invece "Tower Inferno", la foto dell'artista tedesca Rut Blees Luxemburg, non era affatto un omaggio casuale all'architettura suburbana che caratterizza le periferie e i dintorni di Londra, ma l'inizio di una dichiarazione d'amore iconografica nei confronti dell'inanimato, enorme agglomerato che circonda tutte le città del mondo, rendendole al tempo stesso inumane ed accoglienti, simili e distanti, tutte tremendamente fredde per un occhio esterno che non vi abiti ed inevitabilmente amate -fino a diventare riferimento culturale- da chi le vive ogni giorno per molti anni.

Nel maggio 2004 Mr Skinner pubblica "A grand don't come for free", album che contiene l'indimenticabile Fit but you know it, e che vede in copertina il caro Mike con indosso un simpatico parka da geeza mentre aspetta il bus notturno all'interno di un'improbabile pensilina suburbana nel mezzo del nulla. Non si tratta di non luoghi pulitini da fine art, qui si parla di strade vere e veri quartieri poco illuminati, ripresi alla luce dei lampioni, magari alle quattro del mattino con la fotocamera del cellulare, e non per amor di marcescenza, ma per sincera empatia con quei palazzoni quasi vuoti o troppo pieni, dai colori improbabili o nessun colore. Senza arrivare alla voce "quartiere malfamato", che avrebbe davvero poco senso nel'econonomia del discorso, posti così ce li abbiamo anche a Milano e in pieno centro, sono i residui di un paio di decenni incomprensibili di storia dell'architettura, o di addizioni di cemento e sottrazioni di abitanti; i fattori sono molteplici ma il risultato rimane lo stesso: l'urbanistica random e l'interazione degli abitanti in essa, il controverso ed affascinante rapporto che stabiliamo con certi luoghi, al primo sguardo brutti e invivibili, e invece pieni di strati da scoprire sollevandoli piano uno ad uno.

L'ultimo capitolo della saga dei palazzoni è stato scritto il 7 febbraio 2011, data dell'uscita di "Computers and Blues", ultimo album di The Streets. il bellissimo artwork -probabilmente il migliore della serie- ci mostra un dettaglio del solito edificio-alveare, con due uniche finestre iluminate da una forte luce rossa, e una sagoma nera che guarda fuori assorta, annoiata, o semplicemente riposata dopo undici anni di onesto lavoro e bei dischi sfornati regolarmente.
Mike Skinner mancherà a molti, ma è encomiabile l'onestà di lasciar perdere quando si sente la catena tirare troppo, evitando un capitombolo creativo che ci avrebbe intristito anche di più. Let's push things forward.

venerdì 18 febbraio 2011

Tracey Emin & Louise Bourgeois: Do Not Abandon Me




La solidarietà femminile è come un ippogrifo: in pochi l'hanno vista e nessuno sa se esista o meno, ma rimane una creatura reale nell'immaginario di quasi tutti, e sopravvive su carta animandosi nei disegni di mille artisti diversi.
Forse pensavano a questo Tracey Emin e Louise Bourgeois quando hanno deciso di collaborare al progetto Do Not Abandon Me, in mostra alla galleria Hauser and Wirth di Londra dal 18 febbraio; forse la decana dell'arte contemporanea, scomparsa lo scorso maggio, ha chiesto all'ex ragazza ribelle di Margate di completare i sedici disegni che aveva prodotto poco prima di morire per questo, per sentire una voce diversa dalla sua, così diversa che il conflitto fra le loro anime artistiche avrebbe potuto autodistruggersi implodendo come una nana bianca, oppure unirle in una compenetrazione luminosa, omogenea ed esplosiva.

Guardando le opere attraverso lo schermo del computer è la seconda ipotesi a prevalere: i corpi femminili, le pance piene e gli organi sessuali tratteggiati dalla Bourgeois in un delicato sfarfallio di colori diventano oggetti e soggetti pesanti dopo l'intervento della Emin, che completa l'illustrazione con testi, tratti densi di matita e pennellate cariche che riportano le creature di Louise sul pianeta terra, gravandole di un peso fatto di paura, emozione e rabbia.
Se Bourgeois ha attraversato il novecento riempiendo lo spazio attorno a lei con sculture intense ma piene di spazio, quasi fredde e sviluppate in simmetria, con un senso preciso e mai sopra le righe, Emin ha costruito il proprio lavoro sull'incertezza, il caos e la paranoia, crogiolandosi nel proprio io disordinato.

Difficilmente si potrebbero osservare due artiste così diverse, ed è quindi stupefacente il risultato di questa collaborazione: un'intensa panoramica sulla fisicità e sull'universo emozionale di uomini e donne, tradotto in stampe su panno a metà fra delicatezza e delirio, piene di senso in poche righe tracciate su bianco a descrivere corpi e menti in piena ebollizione.
Un ultimo saluto per Louise e una svolta di linguaggio per Tracey, forse agli ippogrifi si puo' credere.

mercoledì 16 febbraio 2011

Rihanna & LaChapelle -I love the way you lie



Felicità è aprire il Guardian online una mattina qualsiasi e scoprire che due campioni di sobrietà come Dadivino LaChapelle e -guardatemisonoribelle- Rihanna se le stanno dando di santa ragione a colpi di libretti degli assegni a causa dell'altrettanto sobrio ultimo video di lei.
S&M è uscito il 31 Gennaio ed in pochi giorni ha totalizzato uno zilione di click, qualcosa come dodici milioni, mica bruscolini, è stato bannato in undici paesi e censurato dall'illuminata BBC... non voglio mettere le mani avanti ma un motivo potrebbe esserci, non ultimo l'uso spregiudicato di latex in concomitanza alla presenza imponente di coscione, boccoloni e cose infilate in bocca dalla bella barbadiana.

Ecco, fin qui potrebbe essere l'anonima storia dell'ovvio successo di un videoclip farcito di tette&culi, qualcosa che siamo abituati a subire nel bene e nel male ogni giorno aprendo un qualsiasi quotidiano nazionale, e invece no.. c'è di più, c'è un catfight disperato condotto su Twitter ("The next time you make a David LaChapelle music video you should probably hire David LaChapelle."), c'è il fotografo più geniale e tamarro dell'universo che stizzito e offeso fa roteare l'indice come una Beyoncè qualunque e poi denuncia la giovane urlatrice, la casa discografica e la casa di produzione del video per plagio. Lol.

In effetti, come dargli torto: questo pover'uomo ha passato anni a sudare come un mulo per far entrare celebrities giunoniche in tutine di lattice, costruendo set improbabili popolati da una quantità di animali esotici che in confronto l'arca di Noè sembra lo zoo di Falconara Marittima, inventandosi effetti speciali e photoshoppate che farebbero impallidire qualsiasi grafico di Cosmopolitan... E poi in cinque minuti arriva una sbarbata dalle Barbados che lo depreda del suo tipico trashume chic e se lo rivende con successo, facendo sparlare e incazzare mezzo mondo, provocando svenimenti a catena nella Bible Belt e terrificando l'associazione mamme cattoliche che si portano tutte la manina davanti alla bocca in un gesto di orrore mentre corrono alla messa di mezzogiorno a pregare per lei.

Cara Rihanna, ti sarai anche fatta tatuare Rebelle Fleur sul collo come uno spacciatore di Miami Vice (peraltro sbagliando l'ordine delle parole, che in francese sarebbe il contrario ma vabbè..), però ricordati che ci vuole rispetto per gli anziani, che non basta infilarsi un lecca lecca in bocca guardando in camera per superare a destra l'uomo che ha fotografato Mark Wahlber in una stanza ricoperta di tette, per dirne una. La strada da fare è lunga e lastricata di latex, cara mia, e se non vuoi che David cominci a tirare freccette sulla foto che ti ha scattato nel 2007 abbassa la cresta e fagli una telefonata riparatrice, sei ancora in tempo per salvare il tuo abbondante derrière barbadiano dall'assenza di Photoshop.

venerdì 4 febbraio 2011

# ► # Dancing Naked in the Mind Field





La memoria fotografica è una brutta bestia, un animale a sei zampe e tre occhi, che ansima e sbava come un bulldog ma più intelligente, e subdola, e utile. Ovviamente puzza meno di un cane ma occupa più spazio, e va portata fuori ogni mattina e ogni sera, altrimenti il divano -cioè l'ippocampo- verrà ricoperto da uno strato di maleodorante liquame di origine conosciuta.

Ricordare le cose col loro nome è un conto, ricordarle con la loro faccia è molto peggio, perchè se per le parole possiamo trovare un'alternativa o distorcerle, farle andare in un altro senso, con le immagini non c'è scampo, basta un frame a riportare indietro tutto l'ambaradan, un'esplosione silenziosa e inesorabile. Nel bene e nel male, ovvio.

Basta una strada presa per caso, quel bicchiere che si rompe, un manga uscito da una pila polverosa e boom, in pochi secondi -almeno nella mia testa, poi magari voi siete più moderni- una serie di polaroid fatte di niente esplode collocando quell'attimo proprio lì davanti, e non sono polaroid ancora umidiccie di sviluppo, troppo facile, sono belle asciutte, e nitide. Pronte da appendere, volendo utilissime per allenarsi a freccette, oppure a scopo decorativo certo, se solo durassero, ma purtroppo o per fortuna hanno vita breve, possono risorgere milioni di volte come fenici ma respirano solo per pochi istanti.

Con la memoria fotografica si possono fare tante cose: riconoscere persone dopo dieci anni creando lagune d'imbarazzo quando il riconoscimento non è reciproco, ordinare senza guardare al ristorante perchè si ricorda a memoria la scansione delle pagine del menù, telefonare ai propri amici da un telefono fisso senza aprire la rubrica del cellulare perchè i numeri galleggiano nell'ordine giusto nel nostro cervello, ritrovare una via se non si ha senso dell'orientamento basandosi solo sul ricordo dei fiori in un dato balcone o di un portone grigio o un nano da giardino particolarmente brutto.
Si puo'anche tornare in un posto dopo molto tempo, un posto che ha contato tutto o quasi niente, girare lo sguardo e sentire all'improvviso un rumore come di shanghai che cadono a terra, un ticticitic appena percettibile, e vedere all'improvviso i muri squagliarsi in una scena di qualche anno prima, di fianco a qualcuno che non vediamo da troppo, gli oggetti intorno spostati di un millimetro, porte degli armadi aperte e soffitti che si sono guardati all'infinito; è a quel punto che anche i rumori cominciano ad assomigliare a quelli che si sentivano allora, un'ondata di odori conosciuti fluttua dal passato, si allungano le braccia per toccare qualcosa, una cosa qualsiasi, così giusto per vedere se è vero, e poof.

Ecco, quello è il momento di fare un bel facepalm, un lungo respiro, recarsi al bar più vicino e ordinare una birra media, bionda, senza schiuma, sedersi al tavolino fuori e cominciare a sipparla tranquillamente, chi fuma puo' accendersi una sigaretta e soffiare piccole nubi pensierose, fissando un punto a caso nel panorama circostante.
In quel momento assolutamente privo d'importanza si creeranno altri ricordi visivi da sovrapporre, una cosa a metà fra i sette livelli della città di Troia e il millefoglie della domenica, decine di polaroid cominceranno a rincorrersi isteriche attraverso le sinapsi e il risultato sarà un lieve formicolamento delle mani, le guance rosse ed un inspiegabile entusiasmo.

Ecco no, non è niente di illegale, è solo memoria fotografica. Priva di senso e logica, indomabile, affidabile ed intrattenitiva. Questo il digitale mica lo fa.

mercoledì 29 dicembre 2010

2010- i'm not saying hello i'm waving goodbye





well. almost gone. welcome 2011

sabato 18 dicembre 2010

The year in photos- Music is my radar



Le foto ai concerti, enorme campo di battaglia pieno di morti e feriti, perchè se è facile fare una bella foto per caso è quasi impossibile scattarne due di seguito senza sapere perchè.
Qui la scelta di Pitchfork, sopra la mia preferita, una selezione che mi convince definitivamente a tenere l'iphone in tasca e tirarmi due passi indietro al prossimo concerto, e nel frattempo riempie un vuoto pieno di centinaia di inutili scatti da flickr, quelle immagini tutte rosa e blu e gente sfocata che armeggia selvaggiamente con gli strumenti. Ecco, non è sempre il blog del vicino di casa, c'è gente che lo sa fare davvero. Per fortuna.

giovedì 2 dicembre 2010

Make me dance i want to surrender- you're just a baby girl




Islington, March 19TH- 6 p.m.- 1999

Un pub qualsiasi,i tavoli collosi di birra e la tv appesa al muro sempre sintonizzata sul canale sportivo, i bagni sporchi e gli ubriachi gentili che ti lasciano il passo alla toilette.
Fra poche ore è il mio diciottesimo compleanno e continuo a chiedermi come sia possibile che mi credano quando mi presento al bancone, col broncio finto e la maglia a righe, ordino pinte grandi come la mia testa, metto un piede davanti all'altro ma la Newcastle confonde i contorni e inciampo nella moquette spessa quattro dita emettendo innumervoli "ooopsss": la maldestria non mi abbandonerà mai ma ancora non lo so, e spero passi presto.
Sono in vacanza di nascosto, voglio celebrare in un posto in cui abbia senso questo multiplo di nove senza balli in bianco, accompagnatori brufolosi o gonne a ruota, c'è da dire che mi sono impegnata così tanto da trovarmi davanti ad un piatto di pudding e baked beans talmente scarno da sembrare una presa in giro, carta da parati frattale e divani bruciati, in compenso la birra è abbondante, sgasata e pesantissima, ci sono il calcio in TV e le freccette libere, un paradiso precoce.
Sto ancora digerendo l'ultimo pezzo di toast mentre mi trascinano fuori, in un freddo marzolino davvero fastidioso, le case sono spaiate e grigie e decine di anziane signore vagano sui marciapiedi con le buste del Tesco, trascinandosi rumorose come barattoli dietro la macchina degli sposi.

Entriamo in casa di Sean scavalcando giocattoli, pianole, pacchi di bacon e mucchi di vinili. Guardo l'orologio e penso che fra tre ore potro' tirare fuori la mia ID e bere cose nell'ordine che preferisco, e l'hangover sarà finalmente solo colpa mia. Beh qui, perchè nel mio paese potevo già farlo e almeno potevo dare la colpa allo stato. Primo cedimento ideologico di una lunga serie.

Secondo pub, primi e ultimi diciotto anni della mia vita: quattro Newcastle, due porzioni di patatine con candelina, tre canzoni dei Jam ballate nel modo più scoordinato possibile e un taxi verso l'hotel con la carta da parati più sorprendente che io possa ricordare -prima in classifica solo casa mia, coi rombi blu e verdi, e dei cerchi concentrici in tinello che solo Kleee- la BBC romantica che fa da sottofondo, gli auguri internazionali dei fratelli preoccupati, le urla dal piano di sopra che ci svegliano con una lattina in mano e la bolla al naso, l'alba del ventun marzo brumosa e l'apoteosi del cerchio alla testa, last but not least due etti di bacon assorbente servito al tavolo del pub più sporco d'Albione. Really.

Volo di ritorno speso ad abbracciare sedile, anziano accompagnatore e tappetino assorbi-birra feticcio del suddetto zozzissimo pub, tentando di ricostruire versioni educatamente plausibili per la famiglia,il cervello cotto a puntino in un pentolone di brasato sentimental-rocknroll parzialmente inesploso, le endorfine catturate come farfalle nel retino.

Atterrata a Roma non ho sentito scosse, se non la mancanza di offerte di latte nel tea, royal gadgets, doppio malto senza rimorsi e tartan libero.
Doveva essere uno di quei terremoti a lungo termine.
DNA, doesn't fake.

lunedì 8 novembre 2010

martedì 28 settembre 2010

MFW- Beautyness and awkwardness





Cose da fare nella città in cui vivi per più di sei mesi ce ne sono tante, ma poche sono davvero archiviabili nel file "imperdibili", per reale valore o semplice fascinazione del grottesco, non importa; negli anni ne ho saltate di fondamentali in tre posti diversi: le due sorelle ad Ancona, la Torre degli Asinelli a Bologna, il tetto del Duomo e la settimana della moda a Milano; ho recuperato l'ultima violentemente, come quando si mangia una lasagna in tre minuti e ci vogliono sei ore a digerire.
Mi hanno spedito per lavoro davanti ai palazzi del centro affollati di stranieri -fai due scatti ai fashionisti pazzi e va bene così- hanno detto, almeno questo era il programma: dopo poche ore avevo la borsa piena di quattro etti di inviti per sei giorni, tre chili di macchina fotografica, uno di acqua gasata e una scorta di Compeed.
Tra Porta Venezia e Piazza Duomo, lungo tutta via Palestro, in metropolitana e sui tram, una folla omogenea di minuscoli e minacciosi buyer giapponesi, modelle minorenni che proiettavano ombre lunghissime, paparazzi appesantiti dal tele coi pass al collo e decine di pellegrini della moda agghindati per l'occasione, ogni giorno un outfit diverso e spesso scomodissimo.
Nell'aria una tensione perenne, un'eccitazione per non si sa bene cosa, i fashion bloggers isterici davanti agli ingressi affollati come i club con la door selection, tutti a scattare la stessa foto litigandosi il soggetto sempre bendisposto -posso farti una foto? e tac, posa- le pr fuori lista sotto la pioggia, i fotografi che urlano alla prima auto blu travolgendosi a vicenda, le celebs che corrono per finta al riparo dagli amici stilisti.
Sono entrata alla prima sfilata già spiegazzata da tre ore di scatti in strada, dopo qualche spintone e pochi metri mi sono accomodata al mio posto, nè troppo indietro nè troppo avanti, ed ho aspettato con pazienza mentre le luci si spegnevano e tutti predevano posto stretti e a schiena dritta sui pancali; poi il buio, e all'improvviso la musica fortissima mi ha svegliato dal torpore dell'attesa: una, due, tre... le modelle sono uscite come da un baccello dondolando sui tacchi altissimi e vestite di bolle di cotone bianco, ipnotizzata le seguivo col mento fino alla fine della passerella, tra le file centinaia di flash, le loro facce dritte contro il muro di fotografi come non ci fosse nessuno, la coreografia provata enne volte ma solo ora con tutto il circo intorno. Quattro, cinque, sei...i miei vicini con l'iPhone puntato, o sulle ginocchia per un tweet veloce, il ritmo che cambia, le gambe chilometriche che non perdono una battuta, nessuna cade, nessuno fiata, neanche il tempo di tossire che è già finita, potrebbe essere durato ore, invece sono quindici minuti, le ragazze escono tutte insieme e poi lo stilista per un applauso veloce.
Confesso l'inevitabile stupore da rookie, questo teatrino di stupefacenti marionette giganti fa il suo effetto e la scenografia, fiabesca o sfacciata che sia, costringe gli occhi incollati alla passerella, specie se si ha una macchina fotografica in mano, macchina che si dimentica in fretta se all'improvviso un rumore sordo arriva dal soffitto e bam! diecimila farfalle di carta esplodono morbide sulla folla mentre Win Butler urla dalle casse e venti incantevoli bionde sottopeso si abbracciano ridendo sotto questa nevicata improbabile.
Il fascino scema immediatamente allo spegnersi delle luci, un po' stordita mi rigetto nella calca che mi trascina fuori, in pochi minuti ci sarà un altro inizio, un'altra fila, altri dieci look da fotografare e due metro da cambiare; il male ai piedi comincia a pulsare, ma ho cinque scatti molto buoni e due briochine del buffet nello stomaco, vado avanti di corsa scartando i cappotti animalier e le facce sfocate.
Ora mi rimane la Madonnina sul tetto del Duomo, e la Torre degli asinelli a Bologna, ma visto che non mi sono mai laureata non porterà sfortuna, me lo posso permettere, e poi il mondo è grande, e io porto scarpe molto comode.

martedì 21 settembre 2010

Alejandro Chaskielberg- Heaven can wait







Alejandro Chaskielberg
e le sue visioni, reali e non.

sabato 18 settembre 2010

sabato 11 settembre 2010

september.

mercoledì 1 settembre 2010

sabato 28 agosto 2010

The Pitchfork list- in my opinion, first top five

Arriva, in ritardo o in anticipo, davvero non so dirlo, la classifica di Pitchfork dei cinquanta migliori video degli anni novanta.
Premesso che secondo me ne manca almeno la metà, ma non è il mio mestiere, io guardo le figure ferme, ecco la mia lista ideale.

-1 Nirvana (la grande P cita due video, "smells like teen spirits" che non mi è mai piaciuto con quei maledetti fumogeni, e "in bloom", bello ma non seminale)
Heart shaped box- 1993- produttore Steve Albini

Videomusic era sempre accesa, e questo mistone di plastica, crocifissi e bambine di satana decolorate non ha mai abbandonato il mio immaginario, nè quello di tanta gente più talentuosa negli anni a venire. Troppi colori, troppo finto pathos, una baroccata emotiva inevitabile. Scritta in un armadio secondo Ms Love, che per quanto mi riguarda ha avuto l'unico merito di fomentare questo disagio colorato.

-2 Bjork, Bachelorette, M. Gondry

una delle prime favole Gondriane di vero, raro effetto, la finta storia di un amore finito male nelle tonalità dei Grimm; il vestito coi pantaloni sotto fu un trauma positivo ripercosso per un decennio, e forse non è ancora finita. Preferisco comunque "Venus as a boy", meno silvestre e più attinente all'allegra coolness della nana islandese

da allora le uova al tegamino le brucio tutte.

-3 The Beastie Boys, Sabotage, S. Jonze
http://www.youtube.com/watch?v=z5rRZdiu1UE&ob=av3n

Ascoltato per anni cazeggiando da DLX o sulla Y10 di qualche amico, a tavoletta sulla provinciale anconetana, veniva solo voglia di salire sul tettino ed avere un paio di baffi, rapinare un autogrill di file di salsicce e bottiglie di caffè sport. A parte i baffi il resto è storia.

-4 Beck, Loser, 1993

"get crazy with the cheese wiz" non era una metafora. Mr Beck ci fece impazzire davvero e veniva ascoltato in piazza sulle panchine, nelle case vuote, sull'alfa scassata di Qut, alle feste in campagna dalle quali non sapevi come tornare, non senza l'aiuto del cherokee con la chitarra che compare nei primi minuti, portando le stesse magliette a righe sporche di terra, con la medesima sensazione di essersi persi qualcosa. neverending, peraltro.

-5 Smashing Pumpkins, 1979, 1996
http://www.youtube.com/watch?v=l4_C4yhl33g&ob=av2n
Il party ideale, la fotocopia di quello che si è fatto nell'immediata post pubertà, le feste dei ricchi con piscina invase senza vergogna, a spaccare cocomeri sul pavimento e mangiare insalata di gamberi con le mani dalle ciotole ordinate dentro i super frigo cromati. " voi chi siete?" era la domanda più frequente. Mentre rispondevamo ai padroni di casa barcollanti pensavamo al ritorno, con le mani fuori dal finestrino, la testa gonfia e il sedile sfondato della Diane di Polly, nell'alba del Conero, senza scarpe e pronti a rotolarci nella sabbia di Palombina.